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Roma e provincia

Roma nascosta: La Fontana dell'Acqua Felice

acquedotto felice
Era più di un secolo fa, l’Italia era ancora da fare, e i briganti spadroneggiavano. Spavaldi e prepotenti  si nascondevano nelle campagne, sbucavano all’improvviso, pronti a colpire le ignari vittime con le loro  “mosse furbe”. 
Dovevano essercene proprio tanti di questi malviventi, nella zona dell’Acquedotto Felice, se in molti si radicò la credenza che l’arco di Porta Furba, posto nelle immediate vicinanze dell’acquedotto, dovesse il proprio nome alle “mosse furbe” dei briganti, che si appostavano lì, per compiere le loro azioni malvagie. In realtà, l’Arco deve il suo nome ad una corruzione del latino “forma  urbis”,che tradotto significa  acquedotto della città. 
E di briganti, la Fontana dell’Acqua Felice, una mostra affiancata alla Porta Furba, ne deve aver visti parecchi abbeverarsi alle sue “dolci e fresche acque”. All’epoca non c’erano bar nella zona ma, al di là dell’arco, c’era solo campagna. 
Oggi, quella fontana passa quasi inosservata. Posta ad angolo di vicolo del Mandrione (quella via usata per evitare il traffico della Tuscolana, ma che fu costruita per permettere agli architetti di sorvegliare l’acquedotto), all’incrocio con la Tuscolana, nel bel mezzo del traffico rumoroso cittadino. Rimane lì, testimone di un glorioso passato. 
 
Così la descrive Gaetano Bellucci: “ le sue sobrie e semplici linee, con lo sfondo a cortina, incorniciato da lastroni di marmo che creano una specie di lesenatura degli spigoli esterni, un grande stemma del Papa, quello di Clemente XII, con tiara e chiavi, la grande epigrafe anch’essa di Papa Borbone, un mascherone grottesco con ali di pipistrello dalla cui bocca fuoriesce l’acqua che si versa in una valva di conchiglia da cui si raccoglie nella vasca sottostante attraverso due fistole laterali”.
 
La Fontana Felice,  costruita a metà del 500, deve il suo appellativo dal nome di battesimo del Papa Sisto V che ne ordinò l’esecuzione, insieme allo stesso Acquedotto Felice. Il Papa Felice realizzò così un progetto che era stato vagheggiato da più papi, con una somma di circa 300.000 scudi d’oro. Si malignò che la velocità d’esecuzione fosse dovuta alla necessità dello stesso Papa di servirsi delle acque.
La Fontana che si vede oggi non è più quella Sistina, e neanche quella che fu restaurata nel 700 probabilmente dal Vanvitelli, oggi vediamo la fontana restaurata nel 1993 dal Comune di Roma. L’ammiriamo al centro di un’intensa urbanizzazione che ha fatto temere il peggio: la scomparsa di quest’angolo felice.
Angela Francesca D'Atri